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Le nuove tecnologie flessibilizzano il lavoro, ma non lo rendono più democratico

L’esercizio del lavoro comporta delle costrizioni fisiche, mette in opera le attività cognitive del lavoratore ma anche i suoi affetti e la sua psiche personale (Henry Nadel, 2003).

Flessibilizzazione è un neologismo che definisce il fatto di rendere flessibile un processo fino ad allora fisso o rigido. L’uso sempre più generalizzato dell’informatica tende ad accrescere l’esigenza di saperi associati a livelli d’informazione superiore e a competenze continuamente aggiornate: opera quindi come un fattore di flessibilizzazione del lavoro e dell’occupazione. A causa dell’accelerazione dell’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il “saper fare” subisce una rapida obsolescenza e di conseguenza determina delle divisioni complesse nell’insieme del lavoro-occupazione (ad esempio secondo l’età).

L’estensione dei processi che incorporano le nuove tecnologie sebbene aumentino mobilità e flessibilità d’altra parte implicano l’esigenza di un apprendimento continuo, il che rappresenta un fattore d’esclusione per una parte dei lavoratori dipendenti. In generale, per quanto strettamente legata alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, l’informatizzazione non è, di per sé, né unilateralmente negativa né positiva per i lavoratori dipendenti. Il che non impedisce di riflettere sul contributo potenziale delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla democratizzazione dell’organizzazione del lavoro.

Piero D’Oro

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