Tra tecnologie ed Handicap

In che modo i “nativi digitali” con disabilità utilizzano i dispositivi tecnologici di largo uso? I nuovi media facilitano o ostacolano l’instaurarsi di relazioni soddisfacenti? Sono queste le domande che hanno sostenuto una borsa di ricerca svoltasi nel 2012 presso Area Onlus, associazione torinese che da trent’anni si occupa di disabilità in età evolutiva. Obiettivo: non rimanere indietro rispetto al mondo sempre più liquido e digitalizzato in cui si trovano immersi i propri utenti, in questo caso adolescenti e giovani adulti con disabilità intellettiva lieve.

Il progetto di ricerca

La ricerca, con finalità esplorative, è stata svolta (da Settembre 2011 a Settembre 2012) su un gruppo di 15 ragazzi. Lo strumentoutilizzato è stato l’osservazione partecipante durante le regolari attività ludico-riabilitative a cui i ragazzi partecipano presso Area, nel tentativo di ridurre al minimo l’interferenza dell’osservatore.

risultati mostrano chiaramente come i “nativi digitali” con disabilità traggano notevoli gratificazioni dall’utilizzo dei più moderni dispositivi tecnologici, sopratutto telefoni cellulari e computer. Tale effetto positivo è riscontrabile nonostante le difficoltà talvolta incontrate durante l’utilizzo di questi strumenti. Se si escludono alcune disabilità motorie, tali da impedire un impiego autonomo della tecnologia (situazione sempre meno frequente, dato lo straordinario progredire delle potenzialità degli ausili hardware e software attualmente a disposizione), le maggiori difficoltà possono essere riferite soprattutto al livello cognitivo. Il “medium”, il computer ad esempio, rappresenta uno strumento che sta a metà tra i due soggetti della comunicazione (mittente/destinatario) e per questo introduce elementi di confusività, facendo perdere alla comunicazione l’attributo dell’im-mediatezza per chi vi è coinvolto. L’assenza del corpo altrui e la perdita del dato extralinguistico gravano sulle capacità di mentalizzazione che, come è noto, sono spesso compromesse nelle persone con handicap. Un’ulteriore difficoltà è riscontrabile nella produzione di quello che è stato chiamato da alcuni autori un “pensiero zippato”, necessario per poter usufruire di alcuni dispositivi, o ad esempio per inviare un sms.

Il dato interessante emerso dalla ricerca è che tutte queste difficoltà “oggettive” non impediscono comunque alle persone con disabilità di avere un rapporto sereno con la tecnologia. L’insieme delle gratificazioni che derivano dall’utilizzo di dispositivi tecnologici sembrerebbero pertanto svincolate dal buon esito dell’azione strumentale, che permane in molti casi goffa.

Il ruolo dei genitori

La ricerca ha sottolineato l’importanza cruciale delle figure genitoriali nel regolare il rapporto tra l’adolescente disabile e la tecnologia. Sarebbero infatti proprio i tentativi della famiglia e dell’adolescente di fronteggiare la disabilità a influire direttamente sulle sue modalità di utilizzo di alcuni mezzi tecnologici. In molti casi, ad esempio, è stato possibile osservare come i genitori siano ricorsi allo stratagemma di fornire ai ragazzi un cellulare privo di credito sufficiente per effettuare chiamate, in modo da poterli rintracciare limitando, nello stesso tempo, la loro possibilità di contattare qualcun altro. Appare chiaro come questo gesto possa essere inserito all’interno di un’intenzione, seppur non pienamente consapevole, di controllo nei confronti del ragazzo. Fornire al figlio un cellulare perché possa essere rintracciato può rassicurare i genitori, mantenendo il figlio nel ruolo di “eterno bambino”, perennemente inadeguato. Questo “guinzaglio telematico”, come viene definito da alcuni autori, potrebbe invece rappresentare per i ragazzi un giusto compromesso.

Gli effetti della tecnologia nella disabilità

Con il tempo, il mero possesso del computer e del cellulare permetterebbe infatti al ragazzo con disabilità di sperimentare quei rassicuranti vissuti di appartenenza che derivano dalla condivisione della medesima tecnologia con i coetanei, consentendo un rispecchiamento generazionale positivo. Il PC e il cellulare, creando appartenenza, rassicurano e permettono all’adolescente con disabilità di fare esperienze autonome anche in campo amoroso. Inoltre protetti dall’anonimato della rete, i ragazzi potrebbero sperimentare parti di sé che con fatica metterebbero in gioco altrimenti. Dalle osservazioni emerge inoltre come il computer e i cellulari consentano al giovane adolescente di affermare la propria appartenenza ad almeno due gruppi: la “piazza virtuale” e la “piazza reale”. La prima è costituita dal gruppo amici virtuali, con i quali si frequentano e si condividono spazi e attività virtuali (amici di Facebook, persone conosciute in chat o sui blog). Tali tipi di amicizie possono non essere coltivate anche nel mondo “reale”. La “piazza reale” invece è costituita dalle persone che si frequentano per condividere la medesima tecnologia, come ad esempio quei ragazzi che si riuniscono per passare interi pomeriggi a giocare ai videogiochi. Non potendo essere gli adolescenti disabili come gli altri, i mezzi tecnologici permettono loro di essere almeno in mezzo agli altri.

Conclusioni

Il quadro generale che è stato possibile delineare dalla ricerca, seppur non generalizzabile per via dell’esiguità del gruppo, ben evidenzia come l’utilizzo del mezzo non si limiti alla funzione per cui sarebbe stato concepito. La tecnologia viene a rappresentare un supporto fisico per veicolare contenuti emotivi. Tali supporti vivi e vividi vengono ad assumere così una funzione eminentemente relazionale. Quanto emerso dalle osservazioni indica, senza possibilità di equivoci, che l’insieme delle gratificazioni fornite dall’uso dei dispositivi tecnologici, può facilitare, negli adolescenti con disabilità, la costruzione e il mantenimento di relazioni “sufficientemente buone”, in grado di concorrere a un maggiore benessere dell’individuo.

A cura di
Matteo Bessone
Psicologo, borsista presso Area Onlus

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